“Il futuro è morto. Il retrò è il futuro”. Si rivelano alquanto profetiche le parole del critico d’arte Simon Reynolds, in relazione alle dinamiche di una società moderna tesa a reinventarsi, cercando nuove prospettive di sviluppo non più esclusivamente nell’innovazione, ma anche e soprattutto nel recupero, ben esemplificato, nella fattispecie, dall’impazzare del trend “vintage”.

Il fenomeno attecchisce in un campo di applicazione fertile e senza dubbio trasversale. Si è soliti parlare di vintage riferendosi principalmente a moda, arte e design, ma diversi sono i settori che stanno progressivamente risentendo di questa influenza. Tra i tanti, il turismo nella sua declinazione sempre più marcatamente “esperienziale”; nell’intento, cioè, di essere molto di più che un semplice strumento di mera evasione dal tran tran quotidiano, bensì una vera e propria “esperienza” destinata a lasciare tracce indelebili sulla pelle e nel cuore di chi ne fruisce.

Di qui, la necessità di rivalutare i luoghi ricostruendone la storia e riappropriandosi di quel capitale inestimabile di tradizioni e costumi ivi connesse. Il riferimento principe negli ultimi anni è alle masserie, mete predilette dal turista 2.0, nonché elemento peculiare del paesaggio meridionale. Si tratta di condensati storicamente riusciti di esigenze abitative e volontà produttive: la soluzione ideale per chi desidera svestirsi dai panni ordinari ed immergersi in una realtà panica ed incontaminata, sottratta al baccano industriale.

Secondo una ricerca condotta dall’Istituto di Architettura ed Urbanistica di Bari, dei 1092 complessi masserizi insistenti in territorio pugliese, solo il 40% risulta attualmente abitato; del restante 60 %: il 40% permane in stato di abbandono ed il 20% è utilizzato solo in minima parte.

Investire nell’acquisto di queste strutture, al giorno d’oggi, si rivela tanto strategico quanto difficoltoso. I costi di vendita, stabiliti per metro quadro, arrivano a toccare cifre, spesse volte, spropositate, tali da far desistere anche le clientele a più alto potere d’acquisto. Promuovere una campagna di riattivazione di questa tipologia di immobile, cavalcando l’interesse turistico, significa, soprattutto tutelare un prezioso patrimonio storico-architettonico, scongiurandone l’estinzione e, riscoprendone, altresì, inusitate potenzialità spendibili nell’immediato.

È il caso ad esempio di Villa Gattini: suggestiva masseria collocata nel parco della murgia materana a Matera, presto convertita in un raffinato Resort, grazie alla campagna di recupero e riattivazione presente sulla piattaforma placeUP, ammansito da morbide pendici collinari e quasi sospeso in una dimensione pseudo-onirica. Il sistema di acquisto è qui, basato su una logica di condivisione, per cui tutti gli utenti interessati a comperare una “fetta” di immobile, andranno a costituirsi in un esclusivo club di comproprietari, divenendo insieme i fautori del recupero dell’immobile, diversamente destinato all’abbandono. Riceveranno in cambio il beneficio di diventarne insieme proprietari e usufruire della struttura in qualunque momento, affidando la manutenzione e gestione ad una società alberghiera.

La rinnovata attenzione verso queste strutture, ha stimolato vere e proprie iniziative di “investing trip”, soprattutto per gli stranieri che scoprono in vacanza, sempre più spesso, i borghi di quell’Italia nascosta e se ne innamorano, decidendo di stabilire lì la loro prima, o più sovente seconda casa.

Dei potenziali affari immobiliari: perché nei periodi in cui queste residenze non sono vissute dai proprietari, possono essere trasformate in una fonte di reddito, sopperendo alla mancanza in queste zone, di strutture ricettive “tradizionali” e offrendo nient’altro che l’autenticità di un’esperienza vissuta da “attore protagonista”, a stretto contatto con la fisionomia dei luoghi primigeni e la loro cadenzata esistenza quotidiana.